il voto e l'ansia


IL VOTO E L’ANSIA DA PRESTAZIONE - Del grande saggio cinese Tranxu si tramanda questa frase: “Quando un arciere scocca una freccia senza traguardi agonistici, mette in mostra tutta la sua abilità. Se c’è in palio una medaglia di bronzo, comincia a diventare nervoso. Se si tratta di una coppa d’oro, diventa cieco, vede due bersagli e si deconcentra. La sua abilità è sempre la stessa, ma il premio lo rende più preoccupato di vincere che di tirare con l’arco. La tensione della vittoria lo indebolisce”.
Non so spiegare il fenomeno dal punto di vista pedagogico. L’ho però provato sperimentalmente nella mia esperienza, prima come maestro e oggi come dirigente scolastico.
Sono stato insegnante di scuola d’infanzia per 16 anni. È una scuola non dell’obbligo, in cui i bambini e le bambine hanno la possibilità di “giocare a imparare”. Per i bambini e le bambine “giocare è la cosa più importante”. Tutte le esperienze che si fanno alla scuola sono fatte con grande passione. Disegnare, manipolare, colorare, incollare, raccontare, ascoltare: sono tutte azioni fatte senza alcuno scopo agonistico. Non c’è il miraggio né della medaglia di bronzo né della coppa d’oro. Lo si fa per il gusto di farla, perché è bello, perché piace. Una volta fatta l’esperienza forse si potrà rifarla usando un’altra tecnica, aggiungendo una conoscenza in più. Esempio emblematico per eccellenza è il disegno. I bambini e le bambine della scuola d’infanzia disegnano con grande libertà, con grande passione, con gusto. Mischiano i colori, fantasticano nei segni, si lasciano trasportare dalla mano e dal pennello, dal gessetto o dal pastello.

L’INTRODUZIONE DEL GIUDIZIO E DEI VOTI - Poi c’è il salto. Alla scuola primaria iniziano i primi giudizi, le prime valutazioni. Gli insegnanti iniziano a dare un voto a tutto ciò che prima era fatto per gioco, con passione. In tutti i quaderni dei bambini iniziano ad apparire parole come “bravo”, “bravissimo”. Oppure compaiono i primi voti che andranno poi a formare il giudizio della scheda personale di valutazione dell’alunno, la cosiddetta pagella di fine anno.
Più di dieci anni fa il Ministero ha modificato quella che una volta era una valutazione con numeri da 1 a 10 a cinque giudizi: ottimo, distinto, buono, sufficiente e non sufficiente. Così al bambino o alla bambina venivano attribuiti giudizi all’interno di una scala di valutazione che per tanti anni è stata formata da dieci numeri.
Un aneddoto: la valutazione non più con una scala da 1 a 10 ha messo profondamente in crisi gli insegnanti che fra sufficiente, equivalente per loro a 6, e buono, equivalente a 8, non riuscivano più a trovare il 7. Molti di loro hanno insistito col sottoscritto, in qualità di dirigente scolastico, per introdurre una via di mezzo come, ad esempio, “discreto”. Qualche maestra ha ridotto e addolcito la pillola nei primi anni della primaria con delle faccine di bambino: un bambino che sorride, un bambino normale e un bambino che piange. I tre simboli significano bravissimo, bravo, non bravo (insufficiente). Oggi con governi di diverso orientamento si sta ritornando ai voti in decimali, con grande disorientamento di docenti e alunni.

Le conseguenze derivate da tutta questa diatriba sui voti possono comunque essere riassunte in tre atteggiamenti:

1. I bambini e le bambine iniziano a fare qualsiasi attività non più per piacere, ma per dovere, con l’aspirazione (che per molti si trasforma in ansia) del “buon” giudizio; con una tensione verso il risultato che annulla il piacere del compito e del processo;

2. Gli insegnanti sono travolti da vorticosi e pericolosi periodi di stress per dover fare “prove d’ingresso” e “prove di verifica” che attestino e certifichino il grado di apprendimento e di prestazione degli alunni, spinti dall’ansia di realizzare una valutazione scientificamente perfetta in un tempo limitato e limitante. Tipico di tutto ciò è l’espressione che spesso mi capita di dover ascoltare, come: “Quel bambino non ha raggiunto gli obiettivi di terza”;

3. Fra molti genitori inizia la rincorsa al “buon voto” innescando spesso il fenomeno della competizione. Quello che fra bambini e bambine potrebbe essere il normale aiutarsi fra amici diviene così una corsa individuale per arrivare prima degli altri compagni.

ABOLIRE I VOTI E IMPARARE A PORCI LE DOMANDE GIUSTE - Ci sono alternative a tutto ciò? Certo. Nella cosiddetta scuola dell’autonomia (che elabora un proprio Piano dell’Offerta Formativa denominato POF) questa può essere una delle proposte che le scuole dell’obbligo possono iniziare a fare fin dai primi anni:abolire il voto. Non valutare cioè la prestazione didattica, ma introdurre sistemi di stimolo svincolati dalla valutazione della cosiddetta “consegna”. Si tratta di provare strategie di cooperazione didattica o di tutoraggio che possono far scomparire, ad esempio, il fenomeno della concorrenzae della competizione. Si tratta insomma di abolire dalla nostra testa il concetto di “profitto scolastico”. Competizione, profitto, valutazione, monitoraggio, standard di prestazione sono parole che appartengono al super veloce ed efficiente mondo economico, non a quello scolastico. Il nodo fondamentale sta nella banalità di interrogativi che non ci poniamo più. In definitiva si tratta di farci alcune domande di fondo:
- Perché si va a scuola?
- Qual è il fine ultimo dell’imparare?


 


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Gianfranco Zavalloni

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