la pedagogia della lumaca per una scuola lenta e nonviolenta |
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LA PLASTICA E LA TECNOLOGIA - Nel mondo della scuola si discute da anni di “grandi sistemi” (pensiamo a quanto tempo e quante energie impiegate per pensare riforme) e spesso non ci accorgiamo che i cambiamenti veri, quelli che incidono nei modi di vita della gente (e quindi dei ragazzi e delle ragazze con cui lavoriamo) avvengono nel quotidiano e ci sfuggono. Parlando di tecnologia, anni fa, sul suo libro dal titoloLa ragione aveva torto? (Marsilio, Venezia 2003), Massimo Fini ha espresso un concetto estremamente originale. “È la tecnologia che ha rivoluzionato il mondo, non la borghesia che ne è solo un prodotto, come il proletariato o la tecnocrazia. La plastica poté più del marxismo. La tecnologia ha effettivamente accumulato mezzi e ricchezze che però, invece di liberare l’uomo l’hanno ulteriormente soggiogato. All’antico asservimento dell’uomo all’uomo, che ha semplicemente cambiato maschera, si è aggiunto l’asservimento alla macchina e alla sua potente logica”. Dal 1996 la scuola italiana si è ininterrottamente interrogata su un’ampia riflessione a proposito del suosenso e sull’organizzazione. Pensiamo a tutta l’attività messa in moto dal ministro Berlinguer sulla riforma dei cicli e sui saperi essenziali. Chi non ricorda il lavoro dei quaranta saggi? E poi la riforma cosiddetta “dell’autonomia”. Un atto legislativo che ha inciso profondamente nel clima delle scuole in quanto ha dimensionato la maggior parte degli istituti scolastici italiani, creando spesso situazioni conflittuali e difficili da gestire. A questa riforma erano collegati quindici decreti applicativi. Negli anni seguenti il succedersi dei governi ha portato a nuove modifiche e innovazioni. L’ultima in ordine di tempo è l’elaborazione di nuoveIndicazioni per il curricoloe il dibattito sui debiti formativi e gli esami di riparazione. Mentre nel parlamento si discute, mentre i governi legiferano a colpi di decreti, “la plastica invade la scuola e cambia la vita delle nostre scuole”. IL TELEFONINO, LA TELEMATICA, IL GRANDE FRATELLO - Nel 2002, ho fatto un’indagine nella scuola che dirigevo. Ho chiesto ai ragazzi quanti di loro erano in possesso di un telefonino e quanti no. Su 820 ben 584 possedevano tale strumento. In percentuale il 73%. Se ripetessi l’indagine oggi sono più che sicuro che si raggiungerebbe la percentuale del 99%. Siamo nella scuola secondaria di I grado, l’ex scuola media. Il cellulare è un oggetto piccolo, innocuo, che sfugge alla vista dei professori ma che è presente in classe e soprattutto nella vita di tutti questi minori. Cambiano i modi di relazionare fra coetanei: ci s’invia piccoli messaggini con cui ci si da appuntamento in bagno. Si squilla continuamente. A ben poco servono circolari ministeriali o regolamenti d’istituto. Una collega della secondaria di II grado ha persino istituito una piccola cassaforte per ogni classe e all’entrata si assiste al rito della consegna dei cellulari e alla loro chiusura nella cassettina. All’uscita si ripete il rito contrario. Un tempo c’era il rito della preghiera a Dio. Ora il nuovo Dio è il cellulare. È diminuita l’attenzione ed è aumentata la distrazione. Si è forse modificato lo stesso cervello dei ragazzi e delle ragazze. Sicuramente il computer e Internet, cioè la telematica in rete, è la seconda di queste tecnologie, che, al pari della plastica, “poté più delle ideologie e delle riforme scolastiche”. Dal punto di vista scolastico se ne constatano gli effetti pratici quando svolgo la funzione di presidente di commissione d’esame stato alla fine della secondaria di I grado. Ho visto ragazzi presentare ricerche (ben fatte esteticamente) dove era evidente una discreta capacità d’uso dei motori di ricerca di Internet. E poi con “taglia e incolla” il gioco e fatto. Ma dove sono l’impegno, la tenacia della ricerca, il cercare per scegliere e poi rielaborare? Dove sono la fatica e le idee dei ragazzi? Insieme all’informatica e alla telematica, che hanno avuto una diffusione veloce e recente, c’è stata un altro strumento che a tal proposito ha cambiato i modi di operare nella scuola: l’uso didattico della fotocopia. Non c’è ormai scuola che non spenda dai 5000 ai 10.000 euro all’anno in fotocopie. Veniamo invece al Grande Fratello, l’Isola dei famosi e tutta una serie di trasmissioni televisive (Amici, Stranamore, Saranno famosi) in cui i protagonisti sono “gente come noi”. Alcuni anni fa il modello era Ambra, ricordate? Ebbene nell’anno 2000, verso novembre, da buon preside imbranato, entrando in una classe delle medie di Pennabilli, ricordo che un ragazzo mi chiese: “Ma lei preside guarda ilGrande Fratello?”.Cosa rispondere? Io nemmeno sapevo cosa fosse! Ricordavo solo Il grande fratello di George Orwell in 1984. Eppure sono bastati pochi anni di queste trasmissioni televisive per modificare la scala dei valori e i modelli identificativi degli adolescenti. Possono più cento giorni delGrande Fratellodi mille ore all’anno di scuola. La televisione è un mezzo potente e fatta in questo modo appare vera ai ragazzi e quindi veicola modelli, modi di pensare, modi di vestire, modi di consumare. IL VIRTUALE, LA SIMULAZIONE… MA IL CORPO E LE MANI DOVE SONO? - Abbiamo quindi da una parte ragazzi che passano ore davanti alla televisione in solitudine, e dall’altra gli stessi ragazzi sono quelli che vengono auto-trasportati dai genitori fin davanti al cancello della scuola. Il modello è quello della scarsa autonomia di movimento e di spostamento. E scopro ogni giorno di più quanto siano incapaci di “usare le mani” questi ragazzi. Gli stessi che usano con abilità i tasti del telefonino, del mouse o della Playstation, non sanno poi avviare una trottola, sono handicappati nel tiro di biglie e nel gioco dei tappini, non siano capaci di lanciare un sasso con una fionda o una freccia con un arco. Ragazzi che non hanno mai usato un coltellino per costruirsi un giocattolo di legno o che non hanno mai esplorato con la loro bicicletta il quartiere della città. Ragazzi che non conoscono i più elementari strumenti di lavoro: il martello, la pinza, la sega, la raspa. Hanno perso esperienze fondamentali per la loro formazione umana che difficilmente recupereranno nel corso della vita anche se diventassero grandi fruitori di corsi di bricolage. Credo che di fronte alla “potenza della plastica” ovvero dei grandi modelli sopra indicati ci siano – da parte della scuola – alcune vie d’uscita. Una è sicuramente quella di avere di fronte insegnanti veri, insegnanti che non simulano, ma che portano una loro personale esperienza viva, la loro vita, le loro passioni, le loro competenze, le loro debolezze. La seconda è collegata alla prima. Fare esperienze vive, concrete, non virtuali. Sono esperienze apparentemente semplici, banali, elementari, ma che spesso sono bandite dalla vita dei nostri studenti. |
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