ridere a scuola fa bene



Non prendersi troppo sul serio - Ci sono due temi, apparentemente contrapposti, che spesso evitiamo di affrontare a scuola:
l’importanza di ridere a scuola e il tema della morte. Nella mia esperienza di studente ho il ricordo di una scuola per alcuni aspetti rigida. A scuola non si poteva fischiare e questa è una delle tante cose che ci hanno impedito di percepire la scuola come un luogo dove ci si potesse divertire. Per me, bambino di campagna, il divieto di fischiare era una cosa inconcepibile.
Poi ho imparato a fischiare molto bene, per caso, nei corridoi al liceo. Credo invece di aver imparato quanto sia importante ridere anche dalla mia esperienza professionale d’insegnante. Ricordo Giorgia, una bambina di 4 anni, che dopo sei ore trascorse insieme alla scuola materna, mentre uscivo dopo il primo turno, mi guarda dall’alto delle scale e mi chiede: “Ma adesso maestro dove vai? A lavorare?”. Stavo vivendo l’esperienza da maestro con piacere e quindi nessuno di loro aveva capito che quello era il mio lavoro. Mi resi conto in quel momento di quanto importante fosse appassionarsi, vivere con gusto e con piacere quell’esperienza.

Saper ridere insieme delle cose semplici, banali e difficili - Ho chiesto ad amici e colleghi insegnanti di parlarmi dell’esperienza del ridere a scuola. Ho scoperto che, come la scuola, anche il ridere è un fatto sociale. Infatti è difficilissimo ridere da soli. Non so chi di noi riesca a ridere da solo. La risata è un fatto collettivo, comunitario. Ma è tanto importante ridere con gli altri quant’è importante non ridere degli altri. Un conto è il riso e un conto è la derisione. Ridere degli
altri presuppone, di fatto, una vittima. Qualcuno mi diceva quanto sia brutto quando dei bambini deridono un altro bambino. Possiamo anche dire che questo fa parte del gioco dell’essere bambini ma quando è l’adulto, l’insegnante a deridere un
minore diventa un’azione tremenda. È un momento che segna in maniera molto profonda il vissuto di un allievo. Se un falegname si fa male, si taglia un dito, ma quando un insegnante sbaglia, quando ferisce, le conseguenze ricadono sulla pelle di uno o più studenti, persone che forse porteranno quella ferita interiore per tutta la vita.

L’errore creativo - La comicità è un fatto istintivo, mentre l’umorismo è più un’elaborazione intellettuale. La comicità nasce da un fatto immediato, talvolta banale: tu vedi una buccia di banana, c’è una persona che sta per passare, sai che se mette il piede lì probabilmente cade, mette il piede, cade e tu ridi, anche se sapevi tutto questo fin dall’inizio. È la comicità dei film comici, mentre l’umorismo è un’elaborazione culturale. C’è chi afferma che tra tutti i comportamenti umani, l’umorismo è probabilmente il più ricco. Ciò che avvertiamo è una gioia pura, un vero piacere. L’umorismo oltre a queste manifestazioni fisiologiche contiene in sé tutta la ricchezza della psicologia umana, comprende aspetti intellettuali, emotivi, sociali e fisiologici. Nella tradizione popolare esistono detti a tal proposito. Ad esempio: “Il riso fa buon sangue”, oppure “ogni risata toglie un chiodo dalla bara”. Qui si apre tutto il discorso della risata terapeutica che è stato rilanciato in grande stile dal film Patch Adams. Un altro aspetto interessante è che in questo tempo in cui si brevetta ormai tutto, molto spesso sia la comicità sia l’umorismo non abbiano copyright. La barzelletta nasce probabilmente dal popolo, e molto spesso non si sa chi l’abbia inventata. Qualcuno ha definito l’umorismo l’arma dei disarmati. Pensiamo a quei due capolavori che sono i film La vita è bella e Il treno della vita, dove la rappresentazione tragica di un’esperienza nel campo di concentramento o della deportazione delle minoranze etniche in periodo nazista, sono vissute con l’arma dell’umorismo: una strategia che potremmo
definire la nonviolenza del ridere.

Le occasioni per ridere, a partire dal teatro - Gli insegnanti dovrebbero anche a scuola favorire (oltre a un atteggiamento di fondo) occasioni per ridere. Una è sicuramente offerta dal teatro, in particolare il teatro dei burattini, il teatro in generale e il teatro comico. Io non amo particolarmente la televisione, e nella mia infanzia è arrivata molto tardi ma credo che Le comiche
o i film di Stanlio e Ollio siano esperienze fortemente educative. Forse varrebbe la pena rilanciarle a scuola magari attraverso un cineforum di film comici. Ridere serve per guarire, ma anche per apprendere meglio. Non c’è apprendimento se
non c’è motivazione; non c’è motivazione ad apprendere se non c’è il piacere e la gioia di apprendere. Ecco qui che viene rimesso in campo il discorso delle emozioni, della passione, del gusto per le cose. E torna un aspetto importante: come per il
riso e per il gioco anche l’apprendimento è un fatto relazionale. Qualcuno dice: “L’umorismo fa fare le capriole all’intelligenza e guardatevi dalle persone che non hanno il senso dell’umorismo”. Mi ha stupito molto scoprire che uno dei fautori dell’umorismo è stato papa Giovanni XXIII. Raccontano che dopo i primi tempi del suo pontificato, durante i quali stava veramente prendendosi troppo sul serio, in un sogno ebbe una sorta d’invito a cambiare. Adriano Ippolito che è stato vescovo a Rio de Janeiro dice: Lo humor è un dono della natura, ma è anche un fatto dello Spirito Santo e delle virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. Chi è provvisto di humor guarda in modo rilassato il mondo, la gente e i fatti ed è in grado di ridere tanto degli altri quanto di sé stesso. “Non prenderti troppo sul serio”, pare abbia detto Giovanni XXIII quando l’onus ecclesiarium, l’onere della chiesa, lo opprimeva. I vescovi in genere sono troppo seri e privi di humor. Su temi ecclesiali poi non tollerano umorismo di sorta. Non sanno che il riso è una grazia di Dio, come ha mostrato papa Giovanni. Sono queste le cose che ho imparato dal papa buono e che nella mia lunga vita episcopale – 30 anni – ho cercato di mettere in pratica.
Mi verrebbe da leggere tutto questo dal mio punto di vista. Qui si parla di vescovi, ma inviterei noi dirigenti scolastici a rifletterci sopra. Un aspetto che va collegato all’umorismo, alla comicità, allo star bene a scuola è l’empatia, è il fatto di vivere in maniera piacevole il rapporto con gli altri. Come educatori non ci resta che l’ottimismo, così come chi fa del nuoto per praticarlo ha bisogno di un ambiente liquido. Chi non vuole bagnarsi deve abbandonare il nuoto, chi prova repulsione per l’ottimismo deve lasciar perdere l’insegnamento senza pretendere di pensare in che cosa consista l’educazione, perché educare è credere nella perfettibilità umana, nell’innata capacità di apprendere e nel suo intrinseco desiderio di sapere, nel fatto che ci sono cose, simboli, tecniche, valori, memorie e fatti che possono essere conosciute e meritano di esserle e che noi
uomini possiamo migliorarci vicendevolmente per mezzo della conoscenza. Di tutte queste convinzioni ottimistiche si può ben diffidare in privato, ma nel momento in cui si cerca di educare o di capire in che cosa consista l’educazione non resta
che accettarle. Con autentico pessimismo si può scrivere contro l’istruzione ma l’ottimismo è imprescindibile per potervisi dedicare ed esercitarla. I pessimisti possono essere bravi domatori ma non bravi maestri.
(F. Savater A MIA MADRE, MIA PRIMA MAESTRA).
Aggiungo, inoltre che chi non ha la capacità di sorridere, di ridere, non può essere un bravo maestro, un bravo educatore.


ritorna alla pagina dei temi


per contattare

Gianfranco Zavalloni

www.scuolacreativa.it