|
|
|
| LETTERA APERTA AI MILANESI - Si va sempre di corsa, in una città come Milano sembra che il tempo non basti mai. Invece che fare tante cose alla svelta, io ho imparato a farne di meno, ma più tranquillamente. Ho dovuto imparare. Perlomeno, per tutto il tempo che passo con mia figlia, per la quale i peggiori nemici sono proprio le cose dette e fatte con l’orologio in testa: quando aiutarla a rimettere le scarpe una seconda volta già innervosisce, quando aspettare che si decida a salire spontaneamente sull’auto ti farebbe troppo ritardare, quando vederla indugiare per la strada a salutare tutte le persone che le piacciono mi fa capire come il mondo per lei giri troppo veloce. Ma solamente per lei? Valentina adora vagabondare per le vie di Milano, salire e scendere dai tram e dalla metropolitana (gli autobus sono più impegnativi, ma qualche volta la accontento e proviamo anche quelli). Adora stare in mezzo alla gente, quando l’affollamento costringe tutti a stare più vicini ( io naturalmente evito accuratamente le ore di punta) e, anche se la carrozza è semi vuota, vuole sedersi vicina vicina a qualcuno. Delle persone gentili a volte si alzano per lasciarmi il posto accanto a lei, ma no, loro non sanno che è proprio quello che lei cerca, di star vicina agli altri. Tutto le scorre veloce intorno e allora lei ad un certo punto afferra qualcuno, e rimane immobile. Per un momento è come se la scena circostante sfuocasse, trasformandosi nella cornice di un quadro all’interno del quale c’è solo questa persona che lei tiene saldamente per il polso, quasi a sentirne le pulsazioni del cuore. Pochi attimi, cinque- dieci secondi, sono in questa realtà un tempo lunghissimo, più che sufficiente per mettere a disagio o spaventare la gente. E’ un comportamento incomprensibile ai più, aggravato dal contatto fisico con un estraneo, in un contesto sociale in cui le distanze da tenere hanno precisi significati. Allora io devo intervenire per spiegare la situazione, ma cerco di inserirmi con delicatezza in questo dialogo silenzioso, per cercare di non rompere “l’incanto di Valentina” . Per lo più le persone sorridono e fanno qualche domanda. Qualcuno, ogni tanto, ha anche del tempo da regalarci e passeggia con noi, iniziando a chiacchierare con lei, anche se ben presto si rende conto che non avrà alcuna risposta........verbale. Ma queste sono le situazioni in cui Valentina diviene davvero raggiante, e il sorriso del suo volto e dei suoi occhi dicono molto di più di cento parole. Ho spesso pensato che sarebbe bello se la gente si accorgesse di più di noi, cioè di lei, della sua voglia di essere considerata, di scegliere, di avvicinarsi a chi le piace di più. Sarebbe bello se il suo modo di fare non creasse disagio o imbarazzo, se le nostre passeggiate fossero meno solitarie, senza paura di infastidire o far perdere tempo alle persone. In fondo non sarebbe meglio per tutti? Viviamo in una grande città e siamo assuefatti a contatti superficiali e frettolosi. A sguardi che ci attraversano come se non esistessimo. Si parla tanto di solitudine e indifferenza, ma che effetto ci fanno due occhi che, quando ci guardano, ci vedono davvero? Quante volte in questi anni ho ringraziato mia figlia per tutte le persone che grazie a lei ho incontrato e conosciuto, con meno formalismi, con meno difese, con semplicità ed umiltà reciproca, forse perché è automatico che stando con lei, parlando con lei e di lei, si tenda ad assomigliarle : è stata la mia facilitatrice culturale! Fa ridere e sembra paradossale, ma è vero. Un giorno,al tavolo di lavoro delle organizzazioni che si occupano delle persone con disabilità in Zona 6 a Milano, dove Valentina frequenta il Centro Diurno, è nata un’idea che mi è piaciuta subito moltissimo. L’abbiamo chiamata MICATANTOMOVIMENTO. Qualcuno aveva appena assistito ad una spiacevole situazione su un mezzo ATM, dove la salita di un disabile in carrozzina aveva richiesto particolari manovre per posizionare l’autobus vicino al marciapiede in modo che potesse salire. Un po’ di trambusto, tempi di attesa superiori al previsto, qualche protesta e segni di impazienza . Si, i mezzi pubblici si sono attrezzati, ma non sono abituati a questo tipo di utenza; la gente stessa non è abituata a fare spazio e facilitare la circolazione di questi concittadini; la città di Milano ha, si, predisposto scivoli, saliscendi e ascensori ma non è abituata a veder circolare i suoi cittadini con disabilità! E d’altronde le stesse persone disabili utilizzano il meno possibile i mezzi pubblici per evitare ritardi ed imprevisti. E questo vale anche in genere per gli spazi pubblici, in cui si ha paura di creare situazioni imbarazzanti. Molti familiari hanno pudore di “mettere in mostra” la disabilità dei propri figli e si spostano preferibilmente in auto e solo per le cose strettamente necessarie, rinunciando a passeggiare o fare “shopping” nel centro cittadino, rinunciando a farsi un giro in piazza Duomo il sabato pomeriggio come tante famiglie e tanti ragazzi normalmente fanno. L’abbiamo chiamata MICATANTOMOVIMENTO. Una “massa” di persone, disabili e non, che vuole essere vista, guardata, soprattutto accompagnata. Una “massa” in lento movimento a cui ci si può aggregare in piena libertà: le persone disabili, i loro familiari, gli operatori, ma anche le mamme con i passeggini e i bambini, gli anziani, i giovani che ci rallegrano con ritmi e canzoni. Insomma tutti i cittadini, per passeggiare insieme e guardare in faccia la città.
Daniela Zanchi, mamma di Valentina, presidente di MICATANTOMOVIMENTO per contattare |