Lumache e sorrisi
di
Giusi Restivo Montopoli in Val d'Arno (PI)


Sono una maestra, ovvero insegnante di scuola primaria, ho il diploma magistrale, insegno dal 1982 tra precariato e ruolo. Lavoro stabilmente in un istituto comprensivo toscano da circa 15 anni. Conoscevo il sito scuolacreativa e ho apprezzato la Pedagogia della lumaca venendone a conoscenza dalla newsletter dei comprensivi edscuola attraverso lo stimolo del tema umorismo e didattica.
Credo che creatività e lentezza siano molto collegate, a questo proposito ho ripreso alcune letture terminate un po’ di tempo fa e le propongo nel caso possano essere utili, penso siano ancora attuali.

Tra i libri che ho letto che mi hanno fatto riflettere sulla lentezza segnalo “Vivere con lentezza” di Bruno Contigiani, fondatore anche di una associazione che dispone di un sito web: http://www.vivereconlentezza.it

Poi “Ozio creativo” di Domenico De Masi che esamina più l’aspetto della creatività che della lentezza, tema che tuttavia resta costantemente in sottofondo:
Professor De Masi, c'è chi parla di lei come di un «profeta dell'ozio».
E secondo qualcuno lei preconizzerebbe addirittura l'avvento di un mondo simile al «paesi di Bengodi». Etichette, immagino, irritanti. Quale rapporto hanno con il suo vero pensiero?
Io mi limito a sostenere, sulla base dei dati statistici, che noi, partiti da una società dove gran parte della vita delle persone adulte era dedicata al lavoro, stiamo andando verso una società in cui gran parte del tempo sarà, e in parte già è, dedicato a qualcos'altro. Per molti versi questa osservazione empirica è analoga a quella che fece il sociologo americano Daniel Bell quando, nel 1956, registrò negli Stati Uniti il sorpasso dei colletti bianchi sui colletti blu e avvertì: altro che potere operaio!, la società va verso una prevalenza del terziario e dei servizi. Quel sorpasso Bell lo registrò, appunto: non lo indovinò, non lo profetizzò. Allo stesso modo io mi limito a registrare che stiamo andando verso una società fondata non sul lavoro ma sul tempo libero.
Oltre a questo, sempre in base alle statistiche, constato che, sia nel tempo di lavoro sia nel tempo libero, noi esseri umani oggi facciamo sempre meno cose con le mani e sempre più cose col cervello, al contrario di quanto abbiamo fatto, fin qui, per milioni di anni.
Ma ecco due ulteriori passaggi: tra tutte queste attività che realizziamo col cervello, quelle più apprezzate, più spendibili nel mercato del lavoro, sono le attività creative. Perché anche le attività intellettuali, come quelle manuali, quando sono ripetitive possono essere affidate alle macchine.
La caratteristica principale delle attività creative è che si distinguono poco o niente dal gioco e dall'apprendimento, per cui resta sempre più difficile scindere queste tre dimensioni della nostra vita attiva che, in precedenza, erano state nettamente e artificiosamente separate l'una dall'altra. Quando lavoro, studio e gioco coincidono, siamo in presenza di quella sintesi esaltante che io chiamo «ozio creativo».
Perciò credo che il fuoco della nostra conversazione debba essere questo triplice passaggio: dall'attività fisica a quella intellettuale; dall'attività intellettuale di tipo ripetitivo a quella di tipo creativo; dal lavoro-fatica nettamente separato dal tempo libero e dallo studio, all'«ozio creativo» in cui studio, lavoro e gioco finiscono per coincidere sempre di più.
Queste tre traiettorie connotano il passaggio da una società che è stata chiamata «industriale» a una società nuova. Possiamo definirla come vogliamo. Io, per comodità, la chiamo «post-industriale».
(pag. 19)

Un sensibile richiamo ad un uso più disteso del tempo è presente in due testi distinti e apparentemente distanti che tuttavia conducono alla stessa conclusione e aiutano anche a capire la connessione tra scienza, matematica e creatività. Uno si trova in “Lo spirito creativo” di Daniel Goleman ed. Rizzoli (pag, 68)

Uno dei più spietati killer della creatività, però, è qualcosa di ancora più sottile, così profondamente radicato nella nostra cultura che a malapena lo si nota: ha a che fare con il tempo.
Se la motivazione intrinseca è un fattore chiave della creatività di un bambino, l'elemento cruciale per coltivarla è il tempo: un tempo illimitato, affinché il piccolo assapori ed esplori una determinata attività o un materiale particolare facendoli propri. Forse uno dei peggiori crimini che gli adulti commettono contro la creatività dei bambini consiste nel deprivarli di questo tempo.
Rispetto agli adulti, i bambini entrano più spontaneamente in quello stato creativo per eccellenza chiamato flusso, nel quale il totale assorbimento può generare il massimo del piacere e della creatività. Nel flusso, il tempo non conta; c'è solo un presente atemporale. È uno stato più confortevole per i bambini che per gli adulti, dal momento che questi ultimi sono più consapevoli dello scorrere del tempo.
«Uno degli ingredienti della creatività è il poter disporre di un tempo illimitato» afferma Ann Lewin, direttrice del Capital Children Museum di Washington. Il museo dei bambini è un luogo ideato appositamente per attirarli nello stato di flusso. Ma, come Lewin osserva ogni giorno, c'è una nettissima differenza fra i ritmi dei piccoli visitatori del museo e quelli degli adulti che ce li accompagnano.
Lewin afferma: «I bambini riescono a perdersi in qualsiasi cosa stiano facendo, in un modo che per gli adulti è molto più difficile; essi devono poter seguire le proprie inclinazioni naturali e i propri talenti particolari, per andare dove li guidano le loro propensioni».
Purtroppo, i bambini vengono interrotti - sono strappati dal loro stato di concentrazione profonda; il loro desiderio di immergersi a fondo nelle cose è frustrato. Lewin spiega: «Gli adulti hanno la compulsione a fare di corsa il giro completo del museo per vedere tutto. Ma qui ci sono centinaia di cose che assorbono e avvincono profondamente i bambini - cose con le quali loro potrebbero passare ore intere. E tu vedi gli adulti che li spingono via, trascinandoseli dietro e dicendo: "Basta, su, andiamo".
«È una cosa terribilmente frustrante essere fermati quando si è immersi nel processo. Ma viviamo in un modo talmente convulso! E quindi i bambini continuano a essere bloccati nel bel mezzo delle cose che amano fare. La loro attività viene programmata ed essi non hanno il tempo di rilassarsi e di seguire il proprio ritmo.
«Noi adulti siamo troppo sotto pressione, troppo impegnati. Non credo che i nostri bambini abbiano abbastanza tempo: o sono troppo organizzati, o lo sono troppo poco. Si deve poter avere l'opportunità di concentrarsi su un'attività fintanto che essa attrae la nostra immaginazione, anche se si tratta di giorni o di settimane.
«La cultura della fretta implica che - proprio nel momento creativo in cui il bambino si dirige verso il raggiungimento della bravura - un adulto intervenga, a più riprese, e ponga fine al processo. A scuola c'è la campanella che interrompe quello che stai facendo. A casa c'è il ritmo delle attività extrascolastiche. Ci sono i programmi dei genitori che vanno a sovrapporsi al tempo dei bambini. Si impone loro di vivere in fretta senza lasciare che seguano il loro ritmo naturale. Questo, più di ogni altra cosa, soffoca la creatività».
Non è solo durante le visite ai musei che i ritmi degli adulti e quelli dei bambini entrano in conflitto. Immaginate una piccina che stia giocando sulla sabbia. Mette la sabbia nel secchiello e poi lo rovescia. Lo riempie e lo rovescia, lo riempie e lo rovescia.
«Il padre, a cui interessa solo andare avanti con la sua gettata di cemento, diventa matto a guardarla» osserva Lewin. «Quasi in tutte le attività, un adulto ha in mente un prodotto finale, e ogni azione che non lo porti direttamente alla realizzazione di quel prodotto gli sembra sprecata e pertanto frustrante.»

L’altro si trova in “I bambini e il computer” di Seymour Papert ed. Rizzoli che a sua volta cita George Polya e M.Scott Peck:
Per cominciare, il tema di «dedicare il tempo» a cui accennavo poco fa in riferimento a Polya, è bene illustrato da un brano in un libro il cui titolo ha sollevato una certa perplessità quando l'ho citato nei circoli accademici: il bestseller Voglia di bene, dello psichiatra M. Scott Peck. Ho letto il libro per la stessa ragione per cui ho collaborato con la Lego e la Nintendo, un'altra mia attività che ha provocato segni di sorpresa nei circoli accademici all'idea che potessi avere a che fare con gente che lavora per guadagnare denaro. Chiunque sia in grado di coinvolgere un pubblico così vasto in situazioni collegate all'apprendimento come hanno fatto Peck, Lego o Nintendo sa qualcosa che gli educatori che faticano a trattenere l'attenzione di trenta ragazzi per quaranta minuti farebbero bene a imparare.
Ecco che cosa dice Peck riguardo al fatto di dedicare il proprio tempo a qualcosa:
All’età di trentasette anni ho imparato a fare le riparazioni. Prima quasi tutti i miei tentativi di procedere a piccole riparazioni idrauliche, aggiustare giocattoli o montare mobili componibili in base all'oscuro foglio d'istruzioni erano finiti nel nulla, creando solo confusione e frustrazione. Nonostante fossi riuscito a laurearmi in medicina e a mantenere una famiglia col mio lavoro di dirigente e psichiatra più o meno di successo, per la meccanica mi consideravo un idiota. Ero convinto di avere qualche gene difettoso, o che per una maledizione di natura mi mancasse qualche mistica dote responsabile delle capacità meccaniche. Poi un giorno, al termine del mio trentasettesimo
anno d'età, mentre facevo una primaverile passeggiata domenicale, mi sono imbattuto in un vicino che stava riparando un tosaerba. Dopo averlo salutato ho osservato: «Sai che proprio ti ammiro? Io non sono mai riuscito a ripararne neanche uno, anzi proprio con la meccanica non ho mai saputo fare niente». Il mio vicino, senza un momento di esitazione, ha ribattuto: «Perché non ci dedichi il tempo necessario». A quel punto ho ripreso la mia passeggiata, turbato dalla semplicità di quella risposta, spontanea e definitiva. «Non penserai che abbia ragione, vero?» mi sono chiesto. La risposta però in qualche modo è andata a segno e la prima volta che mi si è presentata l'occasione di fare una piccola riparazione, mi sono ricordato di metterci tutto il tempo che occorreva. Sulla macchina di una paziente si era bloccato il freno a mano e lei sapeva che si poteva sbloccare azionando qualcosa sotto il cruscotto, ma non sapeva che cosa. Così mi sono sdraiato sul pavimento dell'auto sotto il sedile anteriore e mi sono messo comodo. Una volta a mio agio, ho preso tutto il tempo che mi serviva per esaminare la situazione. Ho guardato per vari minuti. Dapprima ho visto solo un intrico di fili, tubi e bacchette di cui ignoravo totalmente il significato. Ma a poco a poco, senza fretta, sono riuscito a mettere a fuoco la vista sull'impianto del freno e a seguirne il percorso. E a quel punto ho visto che c'era un gancetto che impediva al freno di sbloccarsi. Ho studiato con calma quel gancio, finché non mi è stato chiaro che se l'avessi spinto verso l'alto con la punta del dito si sarebbe spostato senza difficoltà e avrebbe sbloccato il freno. E così ho fatto. Un solo movimento, una piccola pressione con la punta del dito e il problema è stato risolto. Ero diventato un asso della meccanica!
In realtà non ho né le più rudimentali conoscenze né il tempo sufficienti per imparare a riparare la maggior parte dei guasti meccanici, visto che preferisco dedicare il mio tempo a questioni non meccaniche. Per cui mi servo ancora dell'officina di riparazioni più vicina. Ma almeno adesso so che questa è una mia scelta, e che non sono afflitto né da una maledizione né da un'anomalia genetica, né che sono costituzionalmente incapace. E so che sia io che qualsiasi altra persona che non sia mentalmente handicappata può risolvere qualsiasi problema se solo siamo disposti a dedicarvi il tempo che occorre.
Concediti il tempo necessario è un principio assurdamente ovvio che rientra sia nell'euristica che nella matetica. Ma la scuola vi contravviene in modo flagrante col suo modo di fare tutto sempre in fretta: «Prendete i libri... fate dieci problemi alla fine del capitolo 18 DRIIN... è suonata la campanella, chiudete i libri».
(pagg 100 e seguenti)

Questi testi mi hanno molto colpito e spesso li rileggo quando l’ansia del programma tende a contagiarmi dopo le riunioni di programmazione o le assemblee con i genitori, non è facile “tenere il tempo” quando anche tra i bambini c’è chi ti chiede un Allegro vivo e chi ha bisogno di un andante lento, senza dubbio ciò che mi aiuta è il fatto che (come dice De Masi) il mio lavoro mi assorbe completamente e mi diverte intellettualmente per le sfide che pone ogni giorno a cui cerco di rispondere al meglio delle mie possibilità.


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