la pedagogia della lumaca
per una scuola lenta e nonviolenta


lavorare insiemexxxxxxxxxxxxxxxxxxx


DEL PROGETTARE INSIEME FRA INSEGNANTI - Un argomento difficile, quello del progettare. Anche perché si rischia di cadere spesso nella banalità. Preannuncio subito a chi si sta inoltrando in questo capitolo, che questa riflessione ha tutto il tono di un racconto, o meglio una riflessione autobiografica, così come la quasi totalità del libro.
Autobiografia è per me un punto di vista essenziale, per tutti coloro che lavorano nella scuola. E io in primo luogo cerco di avvicinarmi a questa modalità, che scopro essere di grande aiuto. Ci sono a mio parere quattro elementi che caratterizzano la cosiddetta progettualità ovvero “il progetto”.

IL LAVORARE INSIEME - È il grande tarlo e il vero disagio della scuola d’oggi. E non penso d’esagerare nell’affermarlo. Sto parlando d’incapacità degli adulti di lavorare insieme, di sedersi attorno a un tavolo e di dichiarare (come nei giochi delle carte) le proprie disponibilità, i propri interessi, le proprie emozioni. Elementi che restano e che comunque ci sono, ma che sono vissuti in maniera individualistica. È questa una situazione che si percepisce molto bene nella scuola secondaria, che in parte è realtà alle scuole primarie e che rischia di contagiare anche la scuola dell’infanzia. Nella scuola d’infanzia questo fatto lo si può percepire dalla scelta di lavorare o meno a “sezioni aperte”. Ma non solo. Se c’è un fatto che contraddistingue la scuola dall’apprendimento individualistico è proprio questo: fare un cammino insieme, attenti a chi ci sta a fianco, e quindi mano nella mano.
Oggi, come dirigente scolastico, ho constatato quanto sia ricca la nostra scuola di bravi e competenti insegnanti. Docenti motivati, che si aggiornano, che sperimentano, che inventano, ma che fanno spesso tutto questo in una totale solitudine individualistica. È un esempio indiretto di “non scuola” che viene proposto agli studenti. A loro magari si dice: dovete lavorare insieme e poi (noi adulti) lavoriamo da soli. Dobbiamo contrastare questa tendenza, frutto anche di una società che sempre più mira all’individualismo e al successo personalistico.
Si tratta di adottare perciò strategie d’impiego diverso dei tempi di lavoro.

L’incontro di “programmazione-progettazione-ideazione” settimanale di classe non può non diventare un’esigenza di tutti gli insegnanti. Non è possibile, ad esempio, che certi professori s’incontrino insieme sei o sette volte all’anno per discutere degli allievi e delle attività di una classe con la quale si lavora insieme per almeno un anno. E questo accade tranquillamente nelle scuole secondarie. Un esempio di progettazione condivisa, l’ho iniziata anni fa nel collegio docenti in cui lavoravo come maestro di scuola d’infanzia (a me non dispiace chiamarla ancorascuola materna). Ci si ritrova all’inizio d’anno e ognuno di noi dichiara le attività, gli interessi e le passioni personali. Quattro o cinque per persona. Dal gruppo scaturiscono venti o trenta idee, che vengono poi declinate nei vari “campi di esperienza” e sintetizzate in otto o nove argomenti. Poi si mettono insieme una dopo l’altra tutte le proposte. A quel punto ciascuno può esprimere il proprio eventuale veto. Ma si lascia poi la possibilità al proponente di replicare e motivare la proposta. Se la risposta è convincente, l’argomento rientra in gioco e diviene parte della progettazione delle scuole d’infanzia di circolo. Una progettazione condivisa da tutto il gruppo. Un po’ come il metodo della “scrittura collettiva” usato da don Milani e dai suoi allievi nella scuola di Barbiana.

IL CONOSCERE CON CHI SI LAVORA - Sempre per stare all’esempio di Barbiana, c’è la famosa affermazione, di grande attualità, che sostiene quanto sia importante, per insegnare inglese, conoscere Pierino e non solo la lingua inglese. Questo fatto è sempre più vero. Sappiamo i nomi di tutti i nostri ragazzi? A occhi chiusi ne ricordiamo il colore degli occhi? Di quanti ragazzi conosciamo le condizioni abitative e familiari? Esistono drammi personali dei ragazzi che non possono non incidere sull’apprendimento. Ne siamo consapevoli? Ma non solo: quali sono gli interessi dei ragazzi? Le loro passioni? Un amico educatore racconta sempre, a tal proposito, la metafora del pescatore. Interessare i ragazzi a un’esperienza è come andare a pesca: bisogna usare l’esca giusta per ogni pesce. Ma i ragazzi con cui lavoriamo quotidianamente a scuola, se non li conosciamo, come possiamo farli abboccare. Non può esistere progettazione senza conoscere gli attori del progetto che, in questo caso, oltre ai docenti, sono i ragazzi stessi, gli studenti.

IL SAPER ESPLORARE IL CONTESTO - Il contesto è dove avviene il tutto. Quanto siamo immersi nel contesto in cui lavoriamo? Quante sono profonde le nostre radici in quel luogo, in quella situazione? Non necessariamente dobbiamo essere nati e vissuti nel contesto scolastico in cui lavoriamo. Ma, per usare termini utilizzati in settori più o meno vicini alla scuola, dobbiamo “inculturarci” o meglio “incardinarci”. Dobbiamo cioè capire la cultura di un luogo e legarci a quel luogo così come la porta che è tenuta e ancorata dai cardini. Non è possibile agire un’educazione asettica, identica in ogni scuola. Non siamo né fotocopie né cloni. Qui entra in gioco la biodiversità, che è la caratteristica essenziale del mondo. Ogni luogo è diverso da un altro. Non possiamo omologare le nostre proposte come fossero bibite gassate o panini inventati da ditte che poi li propinano uguali in tutto il mondo.

L’AVERE MOTIVAZIONI, SENSIBILITÀ, IDEE - Non si può fare scuola senza avere delle idee, senza pensare di rendere più bella e felice la vita degli uomini e delle donne. In un libro letto alcuni anni fa mi ha colpito l’affermazione che “non si può lavorare nella scuola se si è pessimisti”. Io aggiungo che non si può lavorare nella scuola se non si ha un’idea chiara sul mondo e sugli esseri che la abitano. E il mondo è abitato essenzialmente da due tipi di uomini e di donne: i nomadi e gli stanziali. Potremmo anche suddividerli in pastori o agricoltori. A volte queste due condizioni sono in ciascuno di noi, in diversi momenti o fasi della nostra vita: c’è il tempo per viaggiare, per andare, e c’è il tempo per stabilirsi, per fermarsi. E comunque anche l’andare implica spesso una meta a cui giungere o una Itaca a cui ritornare. Tutto questo si può capire meglio usando e proponendo alcune metafore. Per quanto mi riguarda ne ho sperimentate alcune che trovo eccellenti per rendere concreta l’idea del progetto. Sono la metafora del viaggio (la gita scolastica), della realizzazione di un libro, della messa in scena di uno spettacolo teatrale e della coltivazione di un orto biologico a scuola. Sono quattro esperienze che, se vissute insieme ai colleghi e ai ragazzi, mettono in gioco competenze varie, contatti, relazioni interpersonali, documentazioni, raccolta di dati. Sono cioè esperienze apparentemente semplici, ma di fatto estremamente complesse e concretamente didattiche (nel senso più ampio del termine).

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Gianfranco Zavalloni

www.scuolacreativa.it

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