la pedagogia della lumaca
per una scuola lenta e nonviolenta


la lotta e la nonviolenza

FARE LA LOTTA… PER EDUCARE ALLA NONVIOLENZA. IO DA PICCOLO - Ho molti ricordi di lotta legati alla mia infanzia. La prima è sicuramente l’esperienza vissuta con i miei fratelli. Era una lotta corpo a corpo, dove ci si misurava con una forza muscolare e con la capacità di bloccare l’altro a terra. Ricordo che uno dei modi per conclude re la lotta era quello di riuscire a sedermi sulla pancia di mio fratello e, tenendogli i polsi fermi a terra con le mani, appoggiare le ginocchia sugli avambracci. Era una di quelle posizioni in cui si poteva essere sicuri di aver vinto la lotta. Ma per arrivare a quella posizione bisognava lottare a lungo e sfinire l’avversario per poi coglierlo in un attimo di distrazione.
Conservo molto nitidi altri ricordi legati alla mia esperienza vissuta nel gruppo scout. Ricordo in particolare due vicende. La prima è legata alle “lupettiadi”, una sorta di piccole olimpiadi con giochi tipici d’animazione scout del mio secondo campo estivo. Si gareggiava all’arma bianca. Si era in equilibrio su una panca di legno e ci si affrontava a cuscini. Scopo del gioco era far cadere l’avversario, esclusivamente a colpi di cuscino, giù dalla panca. Inaspettatamente io, “zampa tenera” di terza elementare riuscii a battere tutti e vinsi la medaglia d’oro, cioè di cartone dorato.
Un secondo ricordo, simile al primo per l’esito finale, è stata l’esperienza dello scalpo. Lo scalpo è un gioco caratteristico degli scout. Il fatto che l’uniforme scout preveda un fazzolettone, cioè un foulard, permette di fare questo gioco in qualsiasi momento. Si tratta di riuscire a strappare il foulard che viene semplicemente infilato sul dietro della cinta dei calzoni. Naturalmente il gioco ha come regola quella di non afferrare mai l’avversario ma esclusivamente di aggirarlo con agili movimenti di sorpresa e sfilargli all’improvviso, con una mano, lo scalpo, cioè il fazzolettone. Anche in questa disciplina mi sono ritrovato, a prescindere dal mio corpo che in altre occasioni si dimostrava impacciato e grassottello, abile, agile e... vincitore. È incredibile quanto contribuiscano alla acquisizione di fiducia e all’autostima esperienze come queste. Soprattutto per chi si sente, in tante altre situazioni, inferiore e meno capace di altri.

EDUCATORE SCOUT - La mia prima esperienza d’educatore mi riporta sempre allo scoutismo, quando avevo vent’anni. Fra le attività erano previste diverse “cacce” cioè uscite. Si giocava, si cantava, si danzava e si parlava. Poi il pranzo, condividendo i gustosi panini preparati dalle mamme, messi in comune. E dopo il pranzo c’era quello che ormai si può definire come una sorta di rito: la lotta con Misa (una figura del mondo scout), il sottoscritto. Era una sfida, giocata sull’inseguimento, lo scontro individuale, pur nella logica del “tutti contro uno”. Io da una parte i Lupetti dall’altra. Ci si misurava a resistere, a lottare con manovre improvvise, assalti alle spalle. Io non mi risparmiavo e, soprattutto, non fingevo. Era una lotta vera. Sette, otto, dieci, dodici contro uno. Era una lotta fatta sul prato, a contatto diretto con gli elementi primordiali di “madre terra”: l’erba e la terra. Ci si rotolava, si cadeva, si facevano capriole. Spesso riuscivo ad atterrarli tutti, adottando una strategia da Orazi e Curiazi. Cioè li distanziavo e li affrontavo improvvisamente uno per uno. In questa maniera riuscivo a risultare io il vincitore. Ma molto spesso erano loro a “bloccarmi” a terra e a rendermi completamente inoffensivo. Immaginate 10-12 ragazzini di 9, 10, 11 anni aggrappati sopra un adulto. Credo che per i bimbi e le bimbe che partecipavano a questo rituale ci fosse qualcosa di esorcistico. Io ero una sorta di Gulliver, un Golia da sfidare e battere. Loro erano i lillipuziani, i Davide che con la fionda, cioè la forza dei loro muscoli, cercavano di abbattere il gigante alto un metro e ottantacinque centimetri.

MAESTRO ALLA SCUOLA D’INFANZIA -
Ho rifatto l’esperienza di lotta con i bambini durante i miei 16 anni di servizio come maestro alla scuola d’infanzia. I bambini dai tre ai sei anni hanno un gusto innato nel mettere alla prova l’adulto e fra i ricordi più belli dell’esperienza da maestro c’è sicuramente quella del “mostro” o dell’“orco”. Era anche questo una sorta di gioco rituale. Nella fiaba di Pollicino e dei suoi fratelli, uno dei momenti più emozionanti della storia è sicuramente quello in cui Pollicino è nascosto nella casa del-l’orco e questo giunge a casa. Dopo poco, rivolgendosi all’orchessa, sua moglie, se ne esce con la famosa frase: “Ucci ucci, sento odor di bambinucci!”. Ora il gioco che ho sempre fatto consisteva nel creare una sorta di nascondiglio per i bambini. Poi veniva dato loro un tempo necessario per nascondersi. Spesso il nascondiglio era realizzato con tavolini o brandine messi uno accanto all’altro e ricoperti con teli di lana o di cotone. Poi – e i bimbi per creare ancor più il clima di tensione richiedevano che la camera fosse oscurata – giungeva l’orco, facendosi annunciare da passi pesanti o dal battere di un bastone. A quel punto il silenzio era totale e si poteva sentire nella stanza il respiro pesante dell’orco che diceva:“Ucci ucci sento odor di bambinucci!”. Dopo qualche minuto di estenuante ricerca al buio (si sa che gli orchi sono un po’ ciechi) con attimi carichi di tensione, finalmente l’orco trovava, a naso, le sue prede. A quel punto partiva l’immancabile reazione dei bambini che tutti insieme iniziavano a inseguire e ad affrontare l’orco con un corpo a corpo. La lotta aveva termine o con una fuga strategica dell’orco oppure con la sua morte sotto il peso di 15 o 16 bimbi e bimbe.
Sempre alla scuola d’infanzia ho vissuto l’esperienza della lotta fra bambini. Avevamo acquistato un grande tappeto di gomma piuma rivestito di solido cotone. Oltre alle attività libere e quindi alla lotta libera, c’era ilgioco della lotta. Si creava con le panchine, attorno a questo tappeto di circa due metri e mezzo per uno e mezzo, una sorta di limite. Su queste panchine si sedevano tutti i bambini/spettatori/lottatori. Poi due alla volta si scendeva in campo per affrontarsi al gioco della lotta. Uno in un angolo, l’altro nell’angolo opposto. Ci si doveva salutare con le mani giunte e con un inchino tipicamente orientale. Poi, al via, iniziava la lotta. Anche qui le regole erano ben precise. Niente morsi, né pugni, né calci. Solo corpo a corpo con l’obiettivo di “immobilizzare” l’avversario. Si facevano così dei veri e propri tornei suddivisi per categorie. Le categorie erano create in base all’età ma anche alla stazza fisica. Pur essendo, infatti, dello stesso millesimo ci si poteva anche trovar di fronte a bambini di statura e corporatura molto diversi. Ma a dire il vero una delle caratteristiche più interessanti di questo tipo di gioco era proprio il desiderio di misurarsi con l’avversario che tutti davano in maniera scontata per sicuro vincitore. Qui nel gioco della lotta, come in tante altre occasioni (e come l’esperienza c’insegna in tanti momenti della vita), accade l’imprevisto. Il piccolo, il minuscolo, il mingherlino abbatte il grande, il gigante, il forte. Ci si ritrova così di fronte a caratteri che emergono in questa precisa attività didattica. Personalità che già esprimono la voglia di far venir fuori la loro forza interiore, la loro tenacità, il loro bisogno di misurarsi con “il mondo” che li considera già perdenti. È stata per me una grande lezione pedagogica. Un esempio di come, in educazione, non è corretto dare per scontato l’esito finale. È l’imprevisto che spesso ci educa.

L’ESPERIENZA DA DIRIGENTE SCOLASTICO -
Nella mia esperienza scolastica non posso, infine, non citare la recente vicenda da dirigente scolastico. Anche in quest’occasione mi sono trovato ad avere a che fare con il problema della lotta. In particolare la questione è stata affrontata all’interno della scuola primaria di Campitello di Fassa, in cui si affrontava nell’ambito del progetto di educazione alla salute un’esperienza sul tema dell’educare alla nonviolenza. In sostanza la proposta è nata dal bisogno emerso sia da parte dei genitori che degli insegnanti di conoscere e affrontare le cause che spingono i bambini e le bambine a comportamenti aggressivi e intolleranti nei confronti dei compagni di scuola. Nella ricerca di modalità d’intervento, si è scelto un programma di educazione alla nonviolenza basato soprattutto sulla conoscenza e la pratica delle tecniche del Judo. Con l’aiuto di un esperto abbiamo messo in campo momenti di pratica di lotta “corpo a corpo” secondo questa disciplina.

per contattare

Gianfranco Zavalloni

www.scuolacreativa.it

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