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Da bambino ho vissuto quattro bellissimi anni di elementare in una pluriclasse mista in campagna, per poi passare in una quinta “maschile” in città in cui ho scoperto l’uso, da parte del maestro, della “bacchetta”. Era l’anno scolastico 1967/68. Una scuola media praticamente senza ricordi, se non la memoria di una professoressa d’italiano che ha posto le premesse per farmi odiare per tanti anni tutto quello che è romanzo, poesia o letteratura in genere. Liceo scientifico ricco di stimoli “sociopolitici” con un professore di filosofia “apertissimo alle nostre domande”. Infine un ottimo finale all’università di Bologna, con il professor Carlo Doglio, vero “tutor” per noi laureandi in periodo di tesi. Dopo la laurea, il professore voleva che i suoi neolaureati facessero della loro tesi argomento per una lezione universitaria ai suoi studenti. Un rinforzo incredibile, un’iniezione di fiducia. OGNI INSEGNANTE DOVREBBE AVERE UNA PROPRIA “IDEA DI SCUOLA” - Nel ripensare alla mia esperienza scolastica, aggiungerei che tutti noi che lavoriamo quotidianamente nella scuola, dovremmo avere una ”nostra idea” di scuola. Unascuola ideale che ogni giorno confrontiamo e mediamo con lascuola reale, quella in cui ci troviamo a lavorare, insieme a bidelli, segreterie, docenti, studenti, amministratori, colleghi e famiglie. Dopo ventotto anni di lavoro nella scuola (prima come maestro poi come direttore didattico – preside – dirigente scolastico), ho “in testa” una mia organizzazione ideale di scuola, con tempi, strutture, programmi e didattiche. Una proposta di scuola, che la rivista pedagogica dell’editrice GiuntiVita Scolastica, ha definito “la riforma Zavalloni”. Ed ecco i punti della mia proposta di riforma, che riguarda prevalentemente la cosiddetta “scuola dell’obbligo”. GIOCO, PIÙ STUDIO, PIÙ LAVORO MANUALE: UGUALE SCUOLA - Nelle società moderne la quasi totalità delle scuole è centrata su alcuni cardini: l’apprendimento cognitivo, lostudio mnemonico, l’interrogazione-interrogatorio. Nella stragrande maggioranza dei casi l’apprendimento nelle nostre scuole è quindi faccenda di memoria e di logica. Ogni persona può esprimere innumerevoli linguag gi e intelligenze. Ci vengono in aiuto le riflessioni pedagogiche sui cento linguaggi di Loris Malaguzzi, quelle sulle intelligenze di Howard Gardner, le riflessioni di Edgard Morin, le esperienze didattiche di Mario Lodi e del Movimento di Cooperazione Educativa. Ma il mito del nostro tempo rimane l’intelligenzalogico-matematica, il cui funzionamento è noto e soprattutto controllabile da parte degli insegnanti attraverso le famose prove oggettive o le interrogazioni-interrogatorio. È così che la scuola è divenutaun obbligo da sopportare. La scuola, che non dovrebbe andare mai oltre un tempo della durata di 24 ore settimanali, potrebbe – invece – essere una giusta miscela di piacere, impegno ecompetenze. Ritengo perciò che un qualsiasi apprendimento per essere significativo debba passare attraverso tre esperienze: 1. Il gioco (il piacere) che è lo strumento ideale per apprendere e rispettare le regole e per maturare nelle relazioni sociali; 2. Lo studio (l’impegno) che è prevalentemente loscrivere, illeggere e ilfar di conto, cioè le componenti culturali della simbolizzazione e della comunicazione; 3. Il lavoro manuale (le competenze) che è la maniera per educare il corpo all’uso di tutti i sensi e per imparare a vivere nel mondo con responsabilità. Tutti i giorni c’è da spazzare, pulire, preparare le merende o il pranzo, fare acquisti, accudire il cortile, coltivare l’orto scolastico. Perché non farlo con gli studenti stessi? UNITARIETÀ DEL SAPERE E DEI TEMPI - Va da sé che un’organizzazione di 24 ore, suddivise in 8 ore di gioco, 8 ore di studio e 8 ore di lavori manuali, non può avere una suddivisione in orari rigidi, né una parcellizzazione del sapere in innumerevoli discipline con relativi programmi definiti nei minimi dettagli. Stiamo parlando di una scuola di base, per un’alfabetizzazione e un’istruzione che fino a poco tempo fa si definiva dell’obbligo. Una scuola che tutti i professori e i maestri d’Italia, con la loro preparazione e competenza, dovrebbero/potrebbero svolgere in maniera indistinta. È chiaro che qui può essere di grande aiuto quella ricerca fatta negli anni scorsi e che aveva portato a cercare di definire quali sono i “saperi minimi, di base, quelli essenziali”. Bisogna poi pensare a nuove strategie e modalità didattiche. La scuola italiana, ad esempio, ha dimostrato di fallire per quanto riguarda le lingue straniere, la musica o la pittura. Non ci vuol molto a capire che queste discipline “vanno sperimentate sul campo” e non apprese cognitivamente. “Chi ascolta dimentica, chi vede ricorda, chi fa impara”. IL TEMPO DEGLI INSEGNANTI E LA GIUSTA RETRIBUZIONE - Preparare i materiali per le lezioni, correggere i compiti, aggiornarsi, documentare il lavoro didattico, redigere dei progetti, mantenere i contatti. Eppure l’opinione pubblica è convinta che maestri e professori lavorino 22 o 18 ore a settimana. L’orario settimanale (da svolgere nelle quasi totalità a scuola) dovrebbe essere di 30 ore la settimana, da suddividere in 16 d’insegnamento e 14 di tutto il resto. Con quest’orario verrebbero eliminate due grosse problematiche della scuola: le sostituzioni per supplenze (che a questo punto sarebbero praticamente tutte interne) e tutta la questione del cosiddetto “fondo d’istituto” che serve per le cosiddette “ore aggiuntive”. Vada sé che la retribuzione degli insegnanti dovrebbe essere aumentata. Inoltre una gran parte della “formazione iniziale” degli insegnanti dovrebbe svolgersi con “tirocinio pratico” nelle scuole stesse. Vorrei ricordare anche il fatto che diversi insegnanti si trovano a esercitare un lavoro a cui non sono portati e spesso, una volta di ruolo, non hanno il coraggio di tornare indietro. Forse sperimentare “il fare scuola” attraverso un tirocinio lungo (o come si fa in alcune realtà un “anno di volontariato”) potrebbe servire loro per chiarire se “fare il maestro” è davvero la giusta scelta professionale. PICCOLE SCUOLE E PLURICLASSI PER LAVORARE MEGLIO - Questo tipo d’organizzazione presuppone una semplificazione nell’organizzazione scolastica. E questo è ancor più facilmente raggiungibile se le scuole saranno “tarate” su dimensioni minime e con una loro vera “autonomia”. Non quindi grandi numeri, grandi istituti, ma scuole di piccola e media dimensione, decentrate sul territorio. Si eviterebbero le spese di trasporto-spostamento-deportazione degli studenti che vivono nelle realtà più isolate (di montagna o di campagna). Per permettere questo dovremmo uscire dalla logica delle classi formate per anno scolastico. Possono cioè diventare “norma” quelle che un tempo erano le eccezioni, ovvero le cosiddettepluriclassi, che vedono al loro interno bambini di età verticali. In queste scuole non dovrebbe esistere il ruolo del “dirigente-manager” (come continuano tutti – dai sindacati al ministero – a sostenere) ma la funzione di coordinatori-direttori che abbiano anche metà del tempo dedicata all’insegnamento. Un modello tuttora presente in molti paesi europei. UNA SOLA NOTA PER LA SCUOLA SECONDARIA DI II GRADO - Quanti ragazzi soffrono (e fanno soffrire i docenti!) negli anni delle “superiori”. Perché non pensare a un “bonus” di anni-scuolada poter far spendere, ai ragazzi che vogliono “abbandonare” la scuola, in un periodo successivo. Ragazzi che a 17 anni odiano la scuola poi si ritrovano a 24-25 anni con la voglia e il “desiderio di scuola”. Perché non offrire loro la possibilità di potersi, a quel punto, rigiocare la carta della scuola? IL LAVORO A SCUOLA: UNA MISSIONE - Una scuola così concepita è una scuola che non può che avere insegnanti molto motivati. Quelli che sia Vittorino Andreoli, sia Edgar Morin, sia don Lorenzo Milani definiscono “insegnanti per missione”. Un buon insegnante, consapevole di non essere onnipotente, sa – in quella determinata condizione – anche da chi farsi aiutare, senza per questo abdicare ad altri il proprio ruolo. Un ruolo che è sempre, anche senza volerlo, sia istruttivo che educativo. Forse dovremmo anche noi farci aiutare da chi la scuola l’ha fatta anche “pensandola”. Mi riferisco in questo momento a figure come Maria Montessori, Alberto Manzi, Maria Maltoni e la scuola di San Gersolè, al maestro Mario Lodi, alla scuola di Barbiana, a Margherita Zoebli e il suo Centro educativo italo-svizzero. Aggiungerei, infine, l’esperienza di Baden Powell, fondatore dello scoutismo, a cui devo buona parte della mia formazione. per contattare |