PIUTTOSTO CHE BOCCIARE PREFERISCO LO SBOCCIARE - La questione della bocciatura è ritenuta da molte persone uno dei cardini di una “scuola di qualità”, della scuola quando era seria. Questa personale riflessione avviene in un momento di grande rilancio dell’utilizzo di questi strumenti. Oggigiorno i mezzi d’informazione di massa riescono con una notizia da telegiornale a “squalificare” l’intera scuola, ed è sufficiente che un insegnante faccia una sciocchezza o tenga un atteggiamento non consono con l’etica professionale, che tutta la classe docente ci rimetta in immagine e perda credibilità.
È così che in molte occasioni (dagli scrutini agli esami di stato a conclusione del percorso triennale di scuola secondaria di I grado) ho sentito e sento tuttora recitare questa frase da alcuni docenti: “Ma a noi insegnanti, se adesso non possiamo nemmeno bocciare, quali armi restano?”.
Quello degli insegnanti dovrebbe essere un corpo “smilitarizzato”. Mi è capitato di dover troncare una discussione iniziata da un docente in sede di scrutinio, con questi toni e questi termini. Ho spiegato a lui e ai colleghi che “a scuola non siamo né in guerra né in battaglia e che proprio per questo non servono armi”.
INSUFFICIENTE, SUFFICIENTE, BUONO, DISTINTO, OTTIMO… E POI DISCONTINUITÀ - Trovo molto poco appropriate le discussioni attorno alla definizione dell’esatto punto in cui si collocano i singoli studenti nella valutazione del livello degli apprendimenti o nella certificazione delle competenze delle varie discipline. C’è chi spacca il capello in quattro andando a definire valutazioni sommative delle varie prove di verifica conteggiando il centesimo e il millesimo. Un professore, oggi in pensione, aveva anche coniato il termine goliardico di “sufficiente regalato”.
Oppure ci si perde nel giudizio analitico quadrimestrale utilizzando griglie preimpostate che usano gli stessi termini per ragazzi completamente diversi fra di loro, in barba alla personalizzazione. Una collega – a tal proposito – mi ha passato copia delle “pagelle” della figlia che per tre anni, ripetutamente, si è trovata lo stesso giudizio trascritto esattamente nella stessa maniera e con gli stessi termini. Potenza del computer e dei programmi che semplificano il lavoro dei docenti. Altro che originalità e progressione personale. Qui entra in gioco un aspetto importante dell’educazione. Quello che ruota attorno all’idea di continuità/discontinuità dell’esperienza didattica ed educativa.
Ci sono ragazzi a cui è sufficiente un giorno per fare salti e cambiamenti di non poco conto. C’è invece chi ha bisogno di linearità e vive la progressione personale come un lento e quotidiano cambiamento.
FA QUEL CHE PUÒ, QUEL CHE NON PUÒ, NON FA! - Come è possibile bloccare in un giudizio che rimane (e che spesso condiziona) la situazione di un bambino o una bambina. Il mitico maestro Alberto Manzi (quello del programma. Non è mai troppo tardi e del libro Orzowei) si rifiutò a suo tempo di formulare il giudizio nella scheda personale. Per questo fu sospeso dal servizio e venne sanzionato. Ritornato in servizio predispose una frase standard, che poi fece riprodurre su uno stampo, con la quale riempiva gli spazi della “pagella” o dell’odierna “scheda personale”. C’era scritto: “Fa quel che può, quel che non può, non fa”. “Un giudizio estremamente preciso, scientificamente esatto!”, come lo definì lo stesso Manzi.
Ci sono altri modelli di scuole: da quella attuale di Nomadelfia (dove non esistono voti fino a 18 anni), alla storica scuola di Barbiana dove, in una lettera del 1963, indirizzata a Mario Lodi, i ragazzi spiegavano come era organizzata la loro scuola:
A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c’è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere. Con le molte ore e i molti giorni di scuola che facciamo, gli esami ci restano piuttosto facili, per cui possiamo permetterci di passare quasi tutto l’anno senza pensarci. Però non li trascuriamo del tutto perché vogliamo contentare i nostri genitori con quel pezzo di carta che stimano tanto, altrimenti non ci manderebbero più a scuola. Comunque ci avanza una tale abbondanza di ore che possiamo utilizzarle per approfondire le materie del programma o per studiarne di nuove più appassionanti. Questa scuola dunque, senza paure, più profonda e più ricca, dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi venirci. Non solo: dopo pochi mesi ognuno di noi si è affezionato anche al sapere in sé. Ma ci restava da fare ancora una scoperta: anche amare il sapere può essere egoismo. Il priore ci propone un ideale più alto: cercare il sapere solo per usarlo al servizio del prossimo, per esempio dedicarci da grandi all’insegnamento, alla politica, al sindacato, all’apostolato o simili.
Forse quella di Barbiana non era una scuola di qualità?
TU BOCCI? IO SBOCCIO! - Su questo argomento, consiglio la lettura del libro autobiografico di Eugenio Scardaccione, dirigente scolastico dal titoloTu bocci. Io sboccio! (La Meridiana, Molfetta 2004).