DUE DIMENSIONI VITALI - Offriamo la visione speciale di Tonino Urgesi. Ci invita a riflettere: è la visione di chi vive da una vita la condizione esistenziale di “disabile”.
Viviamo ancora oggi, nel XXI secolo, nella dimensione tempo-spazio, una dimensione trovata dagli antichi filosofi greci: tutto il nostro pensiero è un pensiero aristotelico, un pensiero platonico, e ancora non siamo in grado di guardare oltre, di andare oltre. Provo a sintetizzare un pensiero del filosofo Umberto Galimberti. L’uomo è riuscito a trovare nuove tecniche per andar sulla luna, ma nella relazione umana siamo fermi a quelle due dimensioni. Non siamo capaci di trovare nuove “durate”, nuove “arie” per vivere nuove dimensioni perché ci troviamo nel vortice tecnologico, economico, dove l’umano è messo al suo servizio, e il sistema per sostenere quest’equilibrio ha bisogno di tempo, di spazio. Oggi possiamo vedere che anche la relazione ha un suo “tempo”, una sua velocità, la velocità della relazione, dove si brucia l’esperienza dell’altro. A questo punto farei una distinzione tra il “tempo uomo” e il “tempo ore”. Nel “tempo uomo” il disabile può vivere perché non ha limitazioni, non ha barriere, è il tempo del ricordo, del sogno, della speranza. Nel “tempo ore” non c’è posto per il disabile, per la carrozzina: è “il tempo” della fretta, della competizione, di chi deve arrivare alla sua meta. Con un disabile questo non funziona, perché la disabilità stessa lo obbliga a una sua lentezza. Pone a chi si relaziona con una persona disabile un “tempo uomo”, una corporeità, e questo nella dimensione della fretta può spaventare; perché un disabile va toccato, vestito, svestito, accudito, e questo richiede tempo e calma. Un tempo e una calma che ti porta a una riflessione del tuo “io” a cui ti hanno insegnato a non dare ascolto. Se si vuole cercare a tutti i costi una differenza tra il disabile e il normodotato, essa consiste nel fatto che il disabile è costretto a fare i conti con il proprio “sé”, un “sé” corporeo, limitato. Spesso mi sono sentito rispondere: “Non ho tempo”. Oppure chiedevo d’andare anch’io con loro a comprare qualcosa, ma la risposta era di stare in casa, perché bisognava fare in fretta, non perdere tempo. La carrozzina è qualcosa che fa perdere tempo. E mi chiedo: che cos’è il tempo? (…) Il tempo non è qualcosa che può discriminare l’uomo, il tempo è nelle persone, è nella singola storia con cui mi relaziono. La mia disabilità mi comporta anche la difficoltà nell’espressione della parola. Ricordo che durante un’interrogazione in classe l’insegnante di filosofia mi fermò dicendomi che m’interrogava durante l’intervallo perché non aveva tempo, doveva interrogare gli altri compagni. Qui mi rivolgo ai pedagogisti classici, invitandoli a proiettarsi verso la pedagogia della parola, una parola che ha la necessità di essere “ascoltata”, “lenta”, direi una parola “assimilata” quindi all’ascolto. Il mio deficit organico mi limita la parola, dandomi il vantaggio di ascoltare, di pensare alla frase successiva da formulare, da dire. Mi vengono in mente i progetti didattici che tengo nelle scuole: possono essere letti come una simulazione della “pedagogia della lentezza”, perché il ragazzo o la ragazza vengono riportati senza accorgersi a una dimensione “tempo-uomo” che non è la loro... ma quella di una persona disabile. Mi accorgo in questi laboratori, che la classe è così attenta a seguire la scansione difficoltosa della mia voce, che il mio deficit gli scompare, come la mia disabilità, non c’è più l’imbarazzo della carrozzella, tra me e i ragazzi, così si viene a instaurare una sorta d’empatia. Ho scoperto, come uomo e non come disabile, l’importanza della scansione temporale, come ritmo armonico dell’esistenza umana. Una corrente di pensiero, con cui io non posso essere d’accordo, sostiene che: “La disabilità è un osservatorio speciale e interessante per fare emergere quei gesti, quelle parole che la velocità non permette di cogliere”. Lo trovo molto soggettivo e pericoloso come pensiero, perché crea ancora un altro distacco all’interno di un contesto socioculturale che non fa bene a una nuova ontologia dell’uomo. Qualsiasi persona può ascoltare le meravigliose note di Beethoven, di Satie, o immaginarsi il ritmo e il tempo delle pennellate di Van Gogh o di Monet o le martellate di Michelangelo e trovarci la “lentezza” euritmica, creativa, in quei loro capolavori. Direi che la pedagogia odierna, e di conseguenza gli insegnanti, smorzano la creatività del bambino, con la loro fretta di finire il programma. In questo contesto l’alunno con deficit viene penalizzato; invece andrebbe stimolato ulteriormente, dovrebbe essere aiutato a sviluppare le proprie abilità nel suo essere disabile, lento. Riscoprendo la “pedagogia della lentezza”, penso che ogni persona, nella frenesia metropolitana, potrebbe fermarsi ad ammirare le meraviglie nascoste, per migliorare la propria qualità della vita.
LENTA VA LA TARTARUGA - Claudio Imprudente di Bologna, ci interpella sul fatto che la società moderna, e io aggiungo la scuola d’oggi, in sostanza rifiuta tutto ciò che non è immediato, istantaneo.
La prima volta che ho sentito parlare della logica della lentezza è stato quando nel mio mangiadischi (ormai oggetto d’antiquariato) ho messo il disco di Bruno Lauzi e ho ascoltato La tartaruga. Riascoltandola poi, negli anni, mi son sempre più convinto che questa canzone è davvero un inno alla lentezza. La tartaruga che un tempo era un animale che correva a testa in giù e filava via come un siluro, più veloce di un treno in corsa, dopo un incidente rallentò e… si accorse andando pian pianino di moltissime cose che non aveva mai notato: “Un bosco di carote, un mare di gelato e un biondo tartarugo che ha sposato un mese fa”. Questa canzone testimonia una grande verità: dovremmo recuperare la lentezza come un valore, specialmente in un mondo che va ai mille e mille all’ora. Il ruolo della diversità ha questa funzione: dimostrare che ci sono diversi tipi di velocità e andature: la lentezza può in questo senso diventare una risorsa. Il saper rallentare, il saper guardare ti dà la possibilità di cogliere delle occasioni che correndo troppo non vedresti neppure. Credo che questo sia uno dei ruoli delle persone con deficit: fare recuperare alla collettività la logica della lentezza. Già solo sentendo il termine “lentezza” ci viene spontaneo associarlo a pensieri negativi: noia, stanchezza, perdita di tempo, voglia di anticipare, debolezza, vecchiaia… Ma perché questo termine ha acquisito queste accezioni negative? Perché un termine che di per sé non ha connotazione negativa, nella nostra società viene naturalmente associato a queste sensazioni di pesantezza? L’esempio della moviola risulta in questo caso decisamente calzante: le riprese alla moviola sono molto più affascinanti di quelle normali perché si possono vedere tutti i particolari, le espressioni, i gesti atletici, le gocce di sudore e gli sguardi dei giocatori. E se la lentezza diventasse un’angolazione particolare da cui osservare il mondo? Sicuramente la diversabilità diventerebbe un osservatorio speciale e interessante per fare emergere quei gesti, quelle parole che la velocità non permette di cogliere. Un gesto che potrebbe essere classificato all’interno della “lentezza” è la mia lavagnetta con le lettere tramite cui comunico col mondo. Spesso la gente mi ringrazia perché ascoltandomi può tranquillamente prendere appunti, e le frasi entrano meglio facilitando lo scambio e il confronto, dunque il dialogo. Ecco che la lentezza nella comunicazione diventa una marcia in più invece che un deficit. Quali sono i vostri gesti lenti?
LA LEZIONE DI UNA MAMMA - Sempre su quest’argomento, mi giunge una lettera di una mamma scritta come se fosse una poesia. È una riflessione, ma anche un pugno nello stomaco, per tutti noi che operiamo nella scuola.
Il mio bambino ama la neve
Il mio bambino ama la neve.
E il baseball. E la corsa, e l’atletica.
Il mio bambino è appena entrato alle scuole medie.
Prima media. Trepidante, spaventato, curioso.
Il mio bambino aveva i lacrimoni agli occhi il secondo giorno di scuola.
Un insegnante è “un po’ handicappato”.
E lui ha pianto perché i suoi compagni lo prendevano in giro.
Non ha il coraggio di fare a pugni per difendere gli handicappati.
Per fortuna. Ma piange perché il professore è deriso.
Il mio bambino ha una sorella handicappata.
Il mio bambino ha avuto alcune lezioni d’informatica.
Il mio bambino ha il computer a casa ma, per fortuna, non lo ama molto.
Il mio bambino ama la bicicletta. E il baseball.
L’insegnante d’informatica, dopo un mese di scuola, l’ha sgridato perché col computer è troppo lento.
Gli altri, sono molto più bravi. Più veloci. E lui non sa usare il computer. E l’insegnante lo sgrida.
Il mio bambino ama la bicicletta. E il prato. E gli uccelli.
Il mio bambino ama gli “handicappati”.
E piange di nascosto se il suo professore viene deriso.
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Gianfranco Zavalloni
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